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mercoledì 15 novembre 2017

Populisti

Google è il mio pastore, non manco di nulla: così, scendo dal quarantunesimo piano e mi avvio, fra una chiesa barocca e un grattacielo, verso il centro storico.

La città ha un suo perché, e ce l'avrà avuto ancor più prima di essere piallata dalla guerra.

Seguo il mio percorso sul touchscreen, ogni tanto scatto una foto, poi a un certo punto la suadente voce di Langley mi annuncia che "La tua destinazione è sulla destra". Io mi volto a destra, e non c'è niente. Estraggo l'oggetto per fare un punto nave, e in quella mi sento apostrofare da un signore che stava telefonando, a tre metri da me: "Excuse me, do you need any help?" E io: "Indeed... apparently, yes... I am looking for Bistrot Warsaw..." E lui: "It's on the opposite side of the square". E io: "Thanks".

Ora, ci sarebbero alcune considerazioni da fare.

La prima è che non ci sono free lunch: Google è il mio pastore, ma siccome ti fa stare con gli occhi adesi al touchscreen, capita anche che ti impedisca di vedere che stai passando esattamente accanto alla tua destinazione. Insomma: un caso di overshooting (parola ultimamente cara ai bischeri).

La seconda è che se anche mi comporto come una bella fica, in realtà non lo sono, o almeno non in questa vita: ora, voi ce lo vedete un italiano aiutare un turisto? Io non tanto, o comunque non a Roma, dove siamo sufficientemente pressati gli uni sugli altri da odiare l'uomo (e in fondo anche la donna) all'ingrosso e al dettaglio. Eppure, qui, invece, un pericoloso populisto xenofobo (lui, secondo i merdia) ha aiutato un turisto (io) indicandogli il locale dove doveva incontrare dei nazionalisti.

Non la faccio lunga: domani ho la sveglia alle 5, e soprattutto mi sveglierò alle 4, come sempre. Ma credo che mi abbiate capito...

Camera con Vistola (i saldi della Polonia)


(...la città vecchia, vista dal mio albergo...)

Dovrei lavorare a un paio di cose noiose (un progetto di ricerca e una richiesta di fondi), ma siccome, per fortuna, nonostante gli inde
fessi sforzi del mio solerte (nel senso che dà le sòle) staff i preventivi de cujus non mi sono arrivati (regà, si scherza, siete bravi, bacini sul collo a tutti...), posso applicare il principio fondamentale dell'antiliberismo: prima il piacere, poi (se avanza tempo) il dovere, e in culo alle generazioni future (con affetto, ovviamente).

Condivido quindi con voi un paio di grafichetti fatti in aereo, nel tentativo di capire dove stavo per atterrare. A sentire i nostri gazzettieri, sono capitato in un posto pericoloso, anche se er Palla non mi sembrava preoccupato, forse perché ha già capito (lui) che i gazzettieri sono un male inutile. In effetti, sulla strada fra l'aeroporto e l'albergo non ho visto alcuno di quei pittoreschi falò che punteggiano a intervalli irregolari il paese di quelli bravi, di quelli che non sono populisti. E su questo non avevo dubbi.

Viceversa, lasciando i gazzettieri alle loro fole, siccome mi capita di incontrare il ministro dell'economia che recentemente ha lanciato questo Piano di sviluppo responsabile, per non farvi fare brutta figura mi sono messo a dare un'occhiata ai numeri.

Il piano si ripropone di portare gli investimenti, che sono in calo, sopra il 25% del Pil. Secondo il Fmi ora sono al 19%, non lontanissimi da quelli italiani, al 17%.

Va notato che dal crollo del muro in poi la Polonia ha raggiunto questo livello di investimenti in sole due occasioni: intorno al 1998, e intorno al 2008. Ora, credo che voi ricordiate che:

S-I=X-M

(la spiegazione di questa formula arcana, senza capire la quale temo che non possiate capire un accidenti di nulla di quanto vi circonda, venne data diverse volte: la prima qui). Non sarete stupiti quindi di apprendere che questi massimi degli investimenti corrispondono a dei massimi dell'afflusso di capitali esteri (cioè di M-X), come potete facilmente constatare qui:

C'è quindi una cosa da dire, che io non dirò se non mi verrà chiesta, e forse nemmeno se mi verrà chiesta: i due obiettivi di reindustrializzare il paese (primo pilastro del piano) riequilibrando i saldi finanziari (terzo pilastro del piano), cioè riducendo la dipendenza dal capitale estero, non sono compatibili, e trovare una sintesi non sarà facile. Va anche detto però che il governo polacco, in Italia variamente descritto come conservatore, xenofobo, nazionalista, e via sproloquiando, ha capito una cosa che i nostri Licurghi non hanno capito, ovvero che senza crescita dei salari non c'è crescita dei risparmi: si è quindi dato l'obiettivo di portare il reddito pro capite dei polacchi al 75% della media europea, sostenendo esplicitamente che per sfuggire alla trappola del reddito medio la crescita economica deve essere sostenuta da una crescita dei salari (è tutto nel piano). La nostra aristocrazia piddina fremerà di sdegno: occuparsi del proprio popolo! Che cosa populista!

Ma intanto, come sta andando il reddito pro capite dei polacchi? Sta andando così:


Ah, siccome ultimamente mi state un po' sulle scatole, ci ho messo anche il vostro, di reddito pro capite (sempre in rapporto alla media UE): non per informarvi, ma perché doler vi debbia!

Visto che bello spettacolo?

Fra dieci anni, se noi stiamo dentro e loro stanno fuori, il problema demografico della Polonia, cui il rapporto accenna, e che in gran parte è stato determinato dall'emigrazione (il famigerato idraulico polacco che tanto preoccupava i mariti francesi...) sarà risolto: ci converrà venire tutti qui, in questo paese dove due cose tolgono il fiato: la fiatella di aglio e la bellezza delle donne (di alcune, per l'esattezza: continuo a pensare che un investitore avverso al rischio preferirà sempre l'Italia basandosi su una sommaria mean variance analysis). Va anche detto che se fiatella e bellezza si combinano nella stessa mammifera verosimilmente occorrerà un terzo elemento affinché il miracolo si compia e la crisi demografica si risolva: l'aaaammmmmmmmmoooorrreeeeeeee (preciso che non sto parlando per esperienza: il mio è solo un educated guess), insomma: quella melassa sciapita e collosa con la quale mi invischiate nelle vostre lettere (con lodevoli eccezioni: vedi post precedente). Vi suggerisco di tenerla invece da parte for future reference, ove mai doveste accasarvi con una Justyna o una Danuta reduce da un piatto di pierożki come quello che è toccato a me, dove tutto l'aglio della Masovia era confluito con tutto l'aneto dell'agro polignanese (perché un amico mio coldiretto che vi presenterò alla nostra festa - è un po' timido e bruttarello, non mettetemelo in imbarazzo, mi raccomando - mi ha spiegato che ora in Puglia va molto la monocultura da esportazione, in particolare le erbe aromatiche per diversamente mediterranei...).

Tutto qui?

Bè, per quel che riguarda il follower bashing direi che posso accontentarmi. La mia insopprimibile vocazione pedagogica mi compelle tuttavia a mostrarvi un altro grafico, questo:



Li vedete i due episodi di afflusso di capitali esteri? E che ve ne pare: promuovono le esportazioni, o finanziano le importazioni?

Non ho altre domande.


(...se questi episodi non li vedete non c'è niente di male: chiedete e vi sarà dato. Faccio notare che il Vangelo dice: "chiedete", non "ragliate". Quindi, astenersi Serendippi. Per il resto, mi limito ad osservare che con la liretta il nostro Pil pro capite era del 20% superiore alla media europea. Dov'è finito ora lo vedete. Potete anche continuare a ripetere che la colpa sia della Cina o della corruzione. Si vede che per la Polonia, nonostante almeno inizialmente competesse su un segmento a più basso valore aggiunto del nostro, la Cina non è stato un problema...)

martedì 14 novembre 2017

Campo Despedienti (frazione di Giovinia)

(...da un abitante di Giovinia singolarmente a suo agio con la sua lingua materna ricevo e pubblico. A proposito: non è la prima volta che ci manda sue notizie...)




Gentile Professore,


qui a Giovinia rispettiamo la sua decisione, ribadita di recente, di non accettare inviti [NdCN: sono io che ringrazio voi per averla capita, cosa non ovvia, come ricorderete; comunque, vale il principio che chi vuol Cristo se lo prega...]; un po’ però ci spiace, perché se venisse a trovarci qui a Campo Despedienti (località montana meno blasonata di Campo Imperatore ma assai più frequentata – non per vacanza – dai giovini backpackers) troverebbe molte conferme ai risultati del suo lavoro di ricerca di questi anni, per cui le siamo tutti grati (del lavoro, non delle conferme).


Purtroppo nel centenario di Caporetto ai nuovi ragazzi del ’99 le cose non vanno ancora bene; sembra infatti che il presidente dell’Istat, riferendo in audizione al Parlamento sulla manovra, sia stato costretto ad ammettere che nel nostro Paese l’occupazione giovanile non ne voglia propriosapere della ripresa.


Più correttamente il fat(t)o statistico riferito dal prof. Giorgio Alleva è questo: «a settembre il tasso di disoccupazione si è attestato all’11,1%, stabile rispetto ad agosto, con un aumento per le classi 15-24 anni (+0,6 punti percentuali) e 25-34 anni (+0,7 punti)», come riportato a p. 8 dell’Audizione resa lo scorso 6 novembre alle Commissioni congiunte di Camera e Senato; il corsivo è mio, qui la fonte dove sono disponibili i dati che non commento poiché la statistica rientra nel mestiere degli statisti(ci) e, credo, fra le ancillae di quello degli economisti; il mio lavoro talvolta i dati li usa, ma riguarda invece le opportunità per i giovini, assai rarefatte e di cui segue una breve rassegna.

Qui stiamo infatti fra colsénter che delocalizzano (immagino riceva anche Lei chiamate tipo: "buongiorno [alle 21] siniore Cognomedimiamogliesbagliato, vuoli risparmare su boleta di lucegas?") e allettanti offerte per intraprendere una luminosa carriera come dabbawala de noantri a 2,50 Euro a consegna. Capita talvolta qualche offerta per dialogatori, ossia raccogliere fondi per qualche onlus del “terzo settore, quello che “rimpiazza lo Stato” come già previsto in «Possibilità economiche per i nostri nipoti, il breve saggio di John Maynard Keynes, scritto nel 1930, mentre gli Stati Uniti attraversavano la Grande Depressione, nel quale l’economista americano [sic!] già intravvedevaquesto scenario»: un vero centone di perle, eh? tipo l’idea di rendere obbligatorio il volontariato per tutti i lavoratori e studenti! 

Fantastico!


[NdCN: caro giovine: quanti capiranno "centone"?]

Resta sempre la proposta di realizzare le proprie aspirazioni professionali facendo “il salto della quaglia” e in tal caso sono utilissimi i consigli di UngiovineChecellaffatta; oppure, essendo i képis blancs fuori moda rispetto ai romantici tempi di Beau Geste, almeno «se le sfide non ti spaventano e hai voglia di dedicarti ad aiutare gli altri», puoi entrare «subito a far parte del Corpo europeo di solidarietà».

Forse ora penserà «siamo arrivati a questo, all’arruolamento!»: per via diversa, riferendosi a un recente episodio, giunge a un’analoga conclusione Angelo d’Orsi, autorevole storico delle dottrine politiche commentando un volantino che gli proponeva di far parte di una ronda di quartiere; in un’intervista, intitolata significativamente «Abbiamo abolito i partiti e rianimato il fascismo», pubblicata su Il Fatto quotidiano di ieri 13 novembre il prof. d'Orsi sembra unire alcuni puntini.


Qui a Campo Despedienti in primavera ci saranno le elezioni amministrative: non siamo ancora alla declinazione ostiense del trick or treat (pacco viveri o testata), ma potrebbe finire come a Trenzano nel bresciano, poi qualcuno si chiederà perché.


Saluti e buon lavoro.

Anonimo Italiano



(...ve la commentate da voi, e da commentare ce n'è, perché io sono un po' di fretta...)

Il badge

Scegliere di dire semplici e limpide verità scientifiche in un paese culturalmente subalterno per una somma infinita di motivi che qui tante volte abbiamo sviscerato non poteva che sortire un ovvio effetto di selezione avversa, attirando su di me l'attenzione di persone in qualche modo anomale, devianti rispetto alla logica del sistema, nel bene, certo, ma anche (e quantitativamente soprattutto) nel male.

Non si contano più le email o le richieste di contatto di persone che hanno scoperto la moneta al mango, o magari quella al pistacchio, che, badate bene, è tutt'altra cosa rispetto alla moneta al lampone!, con la quale tutti i nostri problemi sarebbero risolti come d'incanto (ovviamente, tenendoci l'euro), di innamorati (rigorosamente maschi) che mi intrattengono per pagine e pagine, magari segnalandomi con enfasi video a loro parere rivelatori e importantissimi, dove, se va bene, troviamo dette peggio, con minor rigore e minore senso dell'opportunità, cose che qui abbiamo discusso, con voi e grazie a voi, anni addietro. E così via...

Veramente, dovremmo dircelo: dopo sette anni di lavoro quotidiano con questa community anomala nel male, ma anche nel bene, è molto difficile che ci sia qualcosa da dire sulla crisi che qui non sia già stato detto, spesso da voi. Dovremmo anche interrogarci sul fallimento di certe esperienze di critica sciamanica al sistema, a partire dal quelle dei simpatici anatroccoli (ve li ricordate?).

Ora, vorrei spezzare una lancia a favore della normalità: un concetto elusivo, difficile da maneggiare, ma proprio per questo potentissimo, per chi riesca a servirsene. Il mio staff mi sente spesso ripetere una frase: "Avremo vinto quando saremo seguiti da persone normali". Ecco, allora, già che ci siamo, e visto che, normali o no, tutti mi volete bene (in fondo anche Serendippo e Yanez, che, poverini, proprio non riescono a toglier dal loro cuore il dardo che involontariamente vi ho confitto), vi suggerisco una piccola cosa che potete fare per darmi l'illusione della vostra normalità, cioè la confortante e corroborante illusione di essere vicino alla vittoria.

Normalità vuole che a un convegno, dove si va per imparare e per coltivare relazioni, non entri chiunque, ma solo chi si registra, e che chi partecipa sia identificabile tramite un badge. Se non puoi sapere chi sia quello che incontri, o se non vuoi farti riconoscere dagli altri partecipanti, uno scopo, forse il principale, del convegno è frustrato, e questo tanto più se il convegno è anche e soprattutto la festa di una comunità, anzi, di una community, una delle più numerose e attive sul panorama del web italiano.

Volete essere community, o no? Se lo volete, mettetevi il badge che riceverete alla registrazione. Se non lo farete, andrete incontro ad alcune ovvie conseguenze, la prima delle quali sarà il non poter accedere alla sala, e la seconda quella di essere blastati senza remissione laddove, balbi e tentennanti, in aperta violazione non solo delle regole della disciplina, ma anche di quelle meno formali (ma non meno cogenti) dell'educazione, al solito vostro vi avviciniate tremebondi a me, che sono la mitezza in persona, belando il rituale "professoreeee... io non sono nessunoooooo...".

Benissimo.

E io non sono Polifemo, infatti di occhi ne ho due.

Però me li tengo cari, e, quindi, fatevi riconoscere.

Bene intendenti pauca.

Buon convegno.



(...dipende solo da voi...)

(...unica eccezione ammessa S.E. Il Pedante...)

(...se avete paura dell'Eurogendfor, posso rassicurarvi: sanno già tutto di voi...)

lunedì 13 novembre 2017

#pirreviù6: Scholar, Scopus, IDEAS, and all that...

In questo blog ci siamo occupati, illo tempore, di Gallino, ma mai di Galli, fino a questa mattina, quando un nostro amico ha lasciato questo commento:

ALBERTO49 ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Emiliano e l'aritmetica del debito pubblico":

Tra i tanti Galli non trovo Giampaolo. E' magari un po' arruginito, invece di fare chichirichì fa pio pio!

Postato da ALBERTO49 in Goofynomics alle 13 novembre 2017 10:58

Essendo Alberto49 un protégé di Rockapasso, mi vedo costretto a intervenire. Parlare di Gallino ci dette l'occasione per mettere in chiaro cosa intendessimo per operazione di verità politica. Parlare di Galli ci permetterà di chiarire cosa si intenda per produzione scientifica, e in particolare come si misuri quella peer reviewed. Visto che per anni siamo stati accusati dalle squadracce liberiste di essere "ai margini della comunità scientifica", di "non avere articoli peer reviewed", l'operazione non è priva di interesse.

Il riferimento fatto da Alberto49 alla base dati IDEAS è un pochino impreciso. In effetti, su IDEAS Galli compare: basta cercarlo. O meglio: compaiono alcune sue pubblicazioni. Lui no, perché su IDEAS, come su Google Scholar, il profilo dell'autore compare solo se l'autore decide di crearlo, decisione presa normalmente da ricercatori attivi, che hanno interesse a distribuire le loro ricerche nella comunità scientifica. Restano esclusi alcuni casi estremi. Ad esempio, se cercate Krugman (non le opere: l'uomo) su Scholar non lo trovate, così come non ci trovate Galli (se cercate me sono qui). Non sto dicendo che Galli sia un Krugman (o viceversa): sto dicendo che, come ogni distribuzione, anche quella della produzione scientifica ha due code, e non è difficile intuire in quali code cadano i due studiosi che cito. Galli, essendo del PD, cade ovviamente nella coda sinistra della distribuzione (qualcuno la spieghi a chi non l'ha capita)!

Google Scholar, essendo gestito da Google, dispone di un database bibliografico sterminato, ma di qualità piuttosto variegata. Comunque, il fatto di poter attribuire a ogni autore registrato le sue pubblicazioni, e di poter verificare se queste sono state citate da altri autori (registrati o meno), consente a Scholar di attribuire un "punteggio" a chi si registra. Io, ad esempio, in questo momento ho 468 citazioni su Scholar (di cui 69 per Il tramonto dell'euro),e un h-index di 11, il che significa che almeno 11 delle mie 77 pubblicazioni sono state pubblicate almeno 11 volte ciascuna (la mia undicesima pubblicazione in ordine di citazioni decrescenti è un lavoro sulla sostenibilità del debito nei PECO, apparso su Economic Bulletin, che ha avuto, appunto, 11 citazioni).

Notate che il famigerato GEV 13 (gruppo di esperti della valutazione dell'area 13, quella di economia), si serve di Google Scholar per diversi scopi, fr cui quello attribuire "punteggi" alle riviste (l'idea è che le riviste dove compaiono gli articoli più citati siano migliori, il che, da quando conoscete gli economisti, credo vi appaia facilmente come un'idea piuttosto bislacca: tuttavia, altri criteri ovvi a disposizione non ce ne sono). Questa scelta è stata criticata fin dall'inizio e i motivi sono facili da comprendere (qui una spiegazione più tecnica). Sottolineo che li condivido, anche se Scholar mi "premia": su Scholar il mio lavoro più citato è un libro non pirreviùd (peer reviewed), cioè il Tramonto dell'euro, e di pubblicazioni ne ho ben 77, dato che Google carica su tutto, comprese le mie dispense di vent'anni or sono per il corso di econometria (io nemmeno sapevo più che fossero in giro, ma Google le ha individuate in chissà quale server), o gli articoli su MicroMega. Scholar quindi è un indicatore abbastanza grezzo della qualità scientifica di un autore. Diciamo che non esserci, se non sei Krugman, non è un buon segno, ma esserci non è una garanzia.

Con IDEAS il caso è diverso, e questo perché IDEAS associa agli autori le pubblicazioni fornite da collane riconosciute dal database (e quindi: o riviste scientifiche, o collane di working papers registrati presso il servizio, il che implica un minimo controllo sulla scientificità della pubblicazione da parte dei gestori). Ovviamente ci sono anche qui dei problemi. Certe riviste (ad esempio il Cambridge Journal of Economics) non sono assidue nel trasmettere i dati a IDEAS. Ma, d'altra parte, Scholar fino a poco fa non prendeva in considerazione certe riviste importanti (quelle di Elsevier, vedi infra). Il punto però è che su IDEAS magari non troverete tutto, però quello che troverete non sarà annacquato dagli articoli di MicroMega o dalle dispense, perché MicroMega non è considerata rivista scientifica e le dispense non sono un lavoro di ricerca e non sono pubblicate. Tuttavia, ancora una volta, l'iscrizione a questo database è volontaria. Ci finisci solo se decidi di finirci, e non hai incentivo a finirci se non hai niente da dire (caso di scuola: economista del PD), o se tutti sanno quello che hai detto (caso di scuola: premio Nobel).

Qui finiscono le possibilità a disposizione dei comuni mortali, e si entra in quelle riservate agli addetti ai lavori, la più importante delle quali è Scopus. Scopus e Scholar hanno in comune la natura "privatistica". Scopus è gestita da Elsevier (forse la più grande casa editrice scientifica), mentre Scholar è gestito da Google (IDEAS invece è gestito da una rete di volontari). Per il suo funzionamento, Scopus (a differenza di Scholar) dà qualche garanzia di scientificità in più, e infatti, come forse saprete, per accedere alle abilitazioni scientifiche nazionali bisogna avere un certo numero di articoli elencati da Scopus. Per la precisione, questo riguarda chi concorre nei cosiddetti settori bibliometrici. Economia non lo è, ma avere pubblicazioni su Scopus è comunque rilevante per i più svariati motivi, che vanno dalla valutazione della qualità del dipartimento, alla distribuzione dei fondi di ricerca.

Ora, a differenza di IDEAS e di Scholar, su Scopus ci si finisce in automatico purché si sia fatto un qualche lavoro che il gestore considera scientificamente rilevante (quindi, tutti quelli della casa editrice Elsevier, ma non solo). Questo significa che mentre se non sei su Scholar, può anche essere che tu sia Krugman, su Scopus, se hai fatto una pubblicazione scientifica, ci sei per forza, e quindi chiunque può vedere cosa hai fatto e quanto gli altri lo abbiano trovato interessante. Di converso, se non ci sei, significa che scientificamente non esisti (nel caso di Scholar e IDEAS non si può giungere automaticamente a una simile conclusione).

Questo per la parte teorica.

Come esercitazione, vi lascio interpretare due schermate fresche di giornata:






Ora: queste evidenze spiegano perché certe persone parlino di svalutazioni catastrofiche del 30%, o di coefficienti di pass through uguali a uno, ecc. ecc., e altre no. Non ci spiegano però perché le prime vengano anche ascoltate quando dicono cose del genere (e, aggiungo: ascoltate da colleghi...), mentre le altre no. Non saprei aiutarvi a capirlo, e non mi interessa: io mi occupo di scienza, che è una cosa che si fa coi dati, e i dati sono qui. I sogni, le profezie di sventura, il wishful thinking e gli (un)educated guess li lasciamo a chi non ha dati da portare nel dibattito. Il loro nome è Legione (un altro lo conosciamo), ma noi abbiamo un alleato: la scienza, che non paga ogni sabato.

Sareste sorpresi, se foste dei professionisti, di vedere quanto poco consistenti siano certe persone che salgono in cattedra per fare lezioncine, e quanto la vostra percezione istintiva, basata sul buon senso e su una connaturata onestà intellettuale (quella che trae alimento dalla volontà di risolvere un problema vero e pressante), sia in effetti allineata con certi astratti e astrusi indicatori cui la comunità scientifica (quella vera) si rivolge quando deve capire con chi ha a che fare. In altre parole: se qualcuno, poniamo, vi dice che se votate male l'anno dopo ci sarà una recessione del 4%, o che se non si fa la riforma tale la Luna cadrà nel Pacifico, di una cosa potete essere certi: che quel qualcuno, nella stragrande maggioranza dei casi, scientificamente non esiste. Di converso, uno può anche essere una persona di buon senso, avere una sua genuina e istintiva comprensione dei fenomeni economici, senza aver mai buttato giù una riga. Può darsi, e questo non sarò certo io a negarlo. In questo caso, il de cujus sarebbe ingiustamente penalizzato da indicatori quali il numero di citazioni, o l'h-index. Per questo motivo io, tendenzialmente, sono restio ad utilizzarli: preferisco analizzare gli argomenti.

Ma, vedete, quello che vorrei farvi notare è che chi nel corso del tempo è venuto ad aggredirmi sulla base di una mia pretesa inferiorità scientifica valutata con criteri formali spesso era messo peggio di me secondo gli stessi criteri che brandiva contro di me! Si sono visti blogger stralunati, che in vita loro non avevano mai scritto neanche una cartolina alla fidanzata (per mancanza di fidanzata, essendo in nove casi su dieci dei pustolosi nerd reduci da studi ingiengngngngieristici...), rischiare una querela o comunque una causa per danni affermando che io non avessi lavori peer reviewed! Si sono visti colleghi con h-index, citazioni, e pubblicazioni in fascia A inferiori alle mie, senza una pubblicazione in economia monetaria internazionale, venire sulla pubblica piazza a sindacare sulla qualità del mio lavoro, svolto in ambiti dei quali loro nulla sapevano, con un gesto non solo di pessimo gusto, ma anche autolesionistico (perché poi gli indicatori sono lì: le basi dati ci sono, e le conosciamo tutti)...

Di converso, chi vale più di me tende ad avere rapporti civili con me. Mi riferisco a Zingales, che mi cita in uno dei suoi ultimi lavori (il che mi permette di farmi una ragione dei giudizi negativi espressi dal Raparo), o a Perotti, che sarà con noi a Pescara.

Ed è questo è il lato amaramente divertente della vicenda. Divertente, ovviamente, per gli addetti ai lavori. Gli altri posso immaginare che siano rimasti impressionati, a leggere certi giudizi sprezzanti sul mio conto. Ma di norma, se poi mi hanno visto, e hanno potuto confrontarmi con chi mi attaccava, Lombroso ha fatto il suo lavoro.

Amen.


(...nota: su Scopus il mio h-index è 6, e ho 21 pubblicazioni - 7 volte quelle di Galli [ricorda qualcosa?], che hanno ricevuto in totale 85 citazioni. Tenete a mente questi numeri...)

Enrst Stavro Bagnai

Giornata uggiosa, traffico. Ascoltando PUDE Pagina.

Radio: "...In Polonia... nazionalisti... bla bla bla... manifestazione... bla bla bla... governo di destra... bla bla bla... xenofobi... bla bla bla... slogan..."

Io: "Sentito quanto sò cattivi i polacchi? Sò tremendi! Dev'essere per questo che mi hanno invitato..."

Er Palla: "In effetti, ora lo studio da cattivo ce l'hai. Ti manca solo il gatto. Peccato che sei allergico..."




(...a/simmetrie come la Spectre! Varrebbe la pena di imbottirsi di antistaminici. Bisognerebbe anche fare un investimento: comprare l'appartamento al piano di sotto, e adibirlo a piscina per gli squali. Ci penseremo, anche se per predisporre questa infrastruttura occorrerebbero sponsor di un certo peso. Volgendo lo sguardo dal futuro al presente, questa settimana è successa una cosa molto importante, che, come al solito, tutti hanno guardato e quasi nessuno ha visto. Mi riferisco a questo articolo del FT, segnalato in newsletter ai soci, del quale tutti hanno parlato, ma nessuno mi sembra abbia detto la cosa essenziale. Quello non è un articolo: è una lapide sull'idea cialtrona e superficiale che i costi e i benefici dell'euro si debbano valutare sul piano economico. Un'idea che, per uno dei tanti strani paradossi di questa vicenda assurda, viene affermata con forza da persone che per lo più di economia non sanno niente - ma veramente niente - e se ne fanno un vanto, facendosi usbergo del "primato della politica". Solo che, poi, e qui sta il paradosso, quando si parla di euro, questi stessi personaggi in cerca di editore preferiscono, chissà perché, imbarcarsi in analisi economiche spannometriche, nel tentativo di sottrarsi al punto politico fondamentale, ovvero al fatto che chi sta nell'euro è esposto al ricatto della Bce, per cui quest'ultima può fare e disfare governi in giro per l'Eurozona, pur non avendo alcuna legittimazione democratica. Uno strano caso di indipendenza antiriflessiva: la Bce si vuole indipendente dal potere politico (e anche da quello giudiziario), che non possono né indirizzarla né controllarla; d'altra parte, la Bce i processi politici li condiziona e come, chiudendo i rubinetti quando non è contenta (come in Grecia)! Ma questo non turba gli imbecilli che "il primato della politica", anzi! Di paradosso in paradosso, proprio gli stolti che si esibiscono in liturgiche esaltazioni di questo primato sono anche supinamente subalterni a un sistema che la politica la abroga, perché è nato per abrogarla. Sfugge poi, a questi pensatori, un altro paradosso, analizzato in un recente post su l'Ungheria e l'euro: quello in virtù del quale, pur agendo al di fuori di una vera legittimazione democratica, l'euro e l'Europa (cioè la Bce e l'UE) vengono invocati come baluardi della rule of law (una cosa che non si sa bene cosa sia, tant'è che in italiano nessuno sa come tradurla), e degli universali principi europei (l'ossimoro c'è e si vede). Insomma, tanto per capirci: come un manganello da suonare in testa a quei fascisti di Visegrad per costringerli a essere democratici a modo nostro, con le  buone, o con le cattive - ritorsione fiscale compresa (una vecchia idea che sta tornando in auge)! Quanta ottusa supponenza, quanta incapacità di pensiero logico, e anche quanta schietta ipocrisia, in questo atteggiamento! Loro, gli eurocrati, sanno, loro sono democratici, loro possono, loro dispongono. Loro bombardano la Libia, loro sponsorizzano i nazisti in Ucraina, loro fomentano e sostengono i flussi migratori verso il nostro paese, loro concludono accordi separati con dittatori in giro per il mondo, o magari decidono di toglierseli dagli zebedei, sempre rigorosamente senza il parere dei paesi sulla cintura esterna: Polonia, Ungheria, Italia, sui quali poi le tensioni geopolitiche fatalmente si scaricano, e loro puntano il ditino accusatore se in questi paesi il malcontento popolare si fa visibile - ma loro lo liquidano come populista, o come nazista: come ci si permette di deflettere dal solco tracciato dalla loro spada? Questa ipocrisia mi rivolta, e so di non essere solo. So anche come inizierà la mia allocuzione agli amici polacchi: "I nostri media vi dipingono come pericolosi fascisti, quindi sono venuto qui, da progressista, con la certezza di poter dire quello che penso di fronte a un governo conservatore, cosa che in Italia tutti, ma soprattutto i progressisti, hanno cercato di impedirmi con qualsiasi mezzo, senza molto successo fino ad ora"...)

domenica 12 novembre 2017

Emiliano e l'aritmetica del debito pubblico

(...e anche il direttivo di INFER è dietro le spalle. Davanti cerco di tenerci meno roba possibile: la mia linea è molto chiara, e vale per tutti gli inviti. Se volete, potete provare a corrompermi. Ma temo che non avreste successo... Avrete visto che non ho un attimo di tempo da dedicarvi, o meglio: da dedicarvi in modo per voi visibile, da dedicarvi scrivendo quei bei post che vi fanno sentire tanto intelligenti. Il momento è prezioso: il nemico pensa di avere vinto, ce lo racconta, e, soprattutto, se lo racconta: la crisi economica è finita! Le proposte (?) di Macron (??) salveranno l'Europa (???). In questo momento di relativa disattenzione devo consolidare le retrovie: quando si ricomincerà, dovremo avere una struttura capace di diffondere informazioni corrette - nella misura in cui ce lo lasceranno fare - in modo sufficientemente penetrante.

Come sempre, i meno scemi mettono le mani avanti. Dalle grandi élite transnazionali arrivano quindi segni sparsi di consapevolezza, anche se in modo subliminale, perché ammonimenti troppo espliciti rischierebbero di smorzare il fattizio entusiasmo per la "ripresa" (un entusiasmo funzionale a evitare strappi politici nei prossimi appuntamenti elettorali). Noi sappiamo, ma sapevamo anche prima, che la moneta immessa nel circuito finanziario non ha rianimato l'economia reale, ma gonfiato bolle, in conformità con la logica perversa del "coupon pool capitalism" che i post-keynesiani conoscono e che vi ho descritto qui. Ammonire, ora, che questo modus operandi crea elementi di fragilità, servirà a chi queste fragilità le ha causate intanto per accreditarsi ("io l'avevo detto..."), e poi per addossare la colpa a noi ("sì, certo, la politica monetaria ha fallito, ma da sola cosa poteva fare, poverina? Siete voi [cioè noi, NdCN] che dovevate fare le riforme e non le avete fatte perché siete corrotti, familisti amorali, ecc.")

Questo, ovviamente, vale per le grandi élite, cioè per chi capisce e comanda. Chi invece vorrebbe comandare, per accedere al potere è costretto a ripetere i soliti luoghi comuni da bar. Eppure, ci vuol poco a smontarne l'intrinseca fallacia. Ma vedo che, nonostante i miei sforzi, non sempre siete in grado di farlo, come non sempre siete in grado di assumere posizioni dialetticamente forti, funzionali, difendibili. C'è ancora molto lavoro da fare, e anche se quello più rilevante è lavoro di consolidamento della struttura, lavoro di backoffice, ogni tanto vale la pena di tornare sul blog a mettere qualche puntino sulle "i", qualche chiodo sulla bara dell'ignoranza economica...)



Alcuni recenti tweet di Michele Emiliano:



hanno suscitato su Twitter una canea del tutto ingiustificata.

Personalmente, ritengo che simili affermazioni non siano degne di commenti, per il semplice motivo che uno dei loro intenti è proprio quello di suscitarne!

Ricordo, una volta, tanto tempo fa, di aver sentito su un qualche autobus di periferia una Debborah o una Denise di passaggio profferire queste sagge parole: "Er peggior disprezzo è l'indiferenza...". Quello che Denise applicava al (o subiva dal) suo fidanzatino, forse dovremmo imparare anche noi ad applicarlo sistematicamente a certi uomini politici desiderosi di emergere.

Intendiamoci una volta per tutte, a scanso di stupidi moralismi: il desiderio di emergere è assolutamente sano e lecito, in politica. Peraltro, alla faccia del simpatico De Coubertin (che peraltro, come sempre accade, non è l'autore delle parole che gli si attribuiscono), non si accede a nessun agone per perdere, ed è, ripeto, fisiologico e progressivo che sia così!

Tuttavia l'agone politico richiede qualche cautela in più, per un dato banale: la vittoria si ottiene col consenso, e il consenso lo si ottiene proponendo una visione del mondo. "Bello è d'un regno, sia comunque, l'acquisto!" Quando Manzoni mette queste parole in bocca a Carlo, non lo fa certo per esaltare la Realpolitik, anzi... (nota: c'è anche una certa tragica ironia nel fatto che Carlo apostrofi "prode tra' prodi miei" quel Rutlando cui queste parole si rivolgono...) L'illusione di molti politici che sia praticabile la strategia di accedere al potere dicendo le cose sbagliate, per poi, una volta raggiunto il potere, fare le cose giuste, è destinata a crudeli smentite. Se accedi al potere dicendo le cose sbagliate, per mantenerlo devi fare le cose sbagliate, altrimenti chi ti ha dato il consenso in virtù della tua lealtà a principi sbagliati te lo ritirerà, e ridiventerai irrilevante. Ricorderete che la nostra riflessione politica è partita proprio da qui: dal fatto che le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano la destra. E il lungo periodo è arrivato abbastanza in fretta...

Non vorrei però che la faceste troppo facile!

Quando proponevo al gatto (anzi, alla gattina...) e alla volpe delle scommesse sicuramente vinte, quando gli spiegavo come fosse matematicamente impossibile che Hollande, o Renzi, o la sinistra tedesca, mantenessero certe promesse, e che quindi forse sarebbe loro convenuto smarcarsi, per acquisire credibilità e consenso, le mie parole cadevano regolarmente nel vuoto. La linea del Piave, quella su cui attestarsi per dare battaglia, veniva sempre posposta: il jobs act non si poteva contestare, perché (pensavano loro, nonostante io gli dicessi il contrario) avrebbe creato posti di lavoro e rilanciato l'economia! Erano veramente così incolti da non vedere come quella delle riforme strutturali fosse una vuota retorica? Erano veramente così ignoranti da non capire che se tagli il reddito dei singoli (il jobs act a questo serve), il reddito della collettività non può crescere? Forse. Ma, soprattutto, e in misura largamente preponderante, il loro era un problema di tempo. Che quanto io dico mediamente poi accada ormai, chi voleva capirlo, l'ha capito (non vi rifaccio la lista: Finlandia, Francia, Grecia, suicidio della sinistra, ecc.). Resta però il fatto che i processi economici non sono deterministici: non è quindi possibile datare con precisione quando certe dichiarazioni roboanti si riveleranno fallaci. Di conseguenza, "shortarle", esprimere una opinione contraria, può essere pericoloso. Se i nostri politici non sono statisti è anche perché sono costretti dai meccanismi della politica ad andare di congresso in congresso, di elezione in elezione, cioè a operare su scadenze ravvicinate. D'altra parte, se qualcuno decidesse di scommettere con coraggio sul lungo periodo, agendo da statista, nel breve periodo otterrebbe senz'altro un risultato: quello di non essere messo in lista, e quindi, per aver voluto fare lo statista, di non poter fare nemmeno più il politico.


Sarebbe anche facile ironizzare sull'analfabetismo economico che certe asserzioni denotano: certe imprecisioni lessicali ("il deficit deve quadrare i conti"...) denotano un simpatico, genuino primitivismo, non privo di una sua efficacia espressiva. Certo, non possiamo chiedere ai nostri politici, che hanno per lo più fatto altri percorsi culturali (chi li ha fatti), e che hanno altri problemi da risolvere (comunque non i nostri), di essere dei Turner dell'economia: ma con questi tweet Emiliano si candida senz'altro al ruolo di Ligabue (quello vero)!

Così sanguigno, così naïf...

La verità è che dietro asserzioni simili c'è molta meno naïveté di quanta ce ne sia stata vista dagli ingenui, e la prova è in questa esternazione di un nostro vecchio amico:


Per noi, una sorta di bacio della morte, ma per Emiliano, in tutta evidenza, la prova di aver ricucito certi strappi probabilmente più apparenti che reali all'interno del partito, e una sostanziale assicurazione del fatto di essere rientrato nelle grazie degli ambienti che contano, quelli che Galli degnamente rappresenta nel partito.

Facciamo quindi tanti auguri a Emiliano - ma magari evitiamo di fargli tanta pubblicità, visto che non ce la paga - e, dopo questa operazione di cortesia, ricordiamo brevemente perché il suo progetto politico (che, ovviamente, non significa la sua carriera politica) è condannato al fallimento dall'aritmetica del debito pubblico.

Lo spunto ce lo dà il commento di De Giusti: indubbiamente, le esternazioni di Emiliano denotano una supina accettazione delle cosiddette regole europee, e in particolare del Fiscal compact e del principio di pareggio del bilancio. Vale quindi la pena di ricordare cosa significhi tenere il saldo del bilancio pubblico a zero nel lungo periodo. Ce lo dice la formula (5) del post su "Maastricht e l'aritmetica del debito pubblico", che qui riporto per vostra comodità:

Se non vi ricordate come ci si arriva (cosa scusabilissima), potete rileggervi il post. Qui mi limito a ricordarvi cosa significa: d è il rapporto debito/Pil nominale (ovvero: d = D/Y), f è il rapporto fabbisogno/Pil, e gamma è il tasso di crescita del Pil nominale. Pareggio di bilancio significa che in ogni periodo f è zero, e la formula (5) ci dice che quindi nel lungo periodo il rapporto debito/Pil sarà anch'esso zero. Se ci pensate, è banale: se il saldo di bilancio è zero, il debito D non cresce. Intanto, però, il Pil nominale Y cresce (se non cresce il Pil reale, cioè il volume di beni prodotti e servizi erogati, cresce il deflatore del Pil, cioè il prezzo di questi beni o servizi). Il rapporto fra una cosa che non cresce e una che cresce tende a zero.

Quindi, il mondo che Emiliano ci propone, forse senza rendersene conto (resta da stabilire se questa sia un'attenuante o un'aggravante) è di fatto un mondo con zero debito pubblico (in rapporto al Pil). Quali sono le implicazioni di questa simpatica caratteristica su cui mi sembra importante riflettere?

Sostanzialmente due.

La prima è che un mondo privo di debito pubblico è un mondo privo di titoli del debito pubblico (e fino a qui ci arriva anche un politico), cioè un mondo nel quale viene a mancare uno strumento sicuro, perché garantito dallo Stato, in cui investire i propri risparmi. In un mondo senza debito pubblico i risparmi possono essere tenuti sotto il materasso (ancora per poco, stante la battaglia per la smaterializzazione della moneta), oppure investiti in forme che oggi sono tutte, più o meno, rischiose: conti in banca (rischiosi in teoria solo da 100.000 euro in su, e in pratica vedremo presto...), obbligazioni private, azioni. La classica soluzione di "mettere ai bbotte" (investire in titoli di Stato), nel meraviglioso mondo di Emiliano a regime verrebbe a mancare. Il debito pubblico, ovviamente, non cesserebbe di esistere in termini assoluti. Ma in rapporto al Pil, cioè alle dimensioni dell'economia, cioè ai volumi di risparmio da allocare in strumenti finanziari, diventerebbe esiguo, lasciando in pratica al risparmiatore solo la scelta della corda privata con cui impiccarsi (e, come sapete, questa purtroppo non è solo una metafora).

Guardate che questo non è un dato banale ed estemporaneo, un curiosum matematico, un elegante quanto sterile paradosso. Al contrario: è un obiettivo, anzi: l'obiettivo strategico, di chi comanda realmente (e quindi non di Emiliano, non so se purtroppo o per fortuna).

Il grande quadro è abbastanza evidente, e, per quel che mi riguarda, ho cercato di tratteggiarlo in Crisi finanziaria e governo dell'economia: è naturale che un sistema politico catturato dalla finanza privata abbia come obiettivo quello di canalizzare il risparmio verso il circuito finanziario privato. La distruzione delle pensioni, della sanità, e dell'istruzione pubblica non è fine a se stessa: è volta a costringere i cittadini a rivolgersi alla finanza privata per soddisfare bisogni che prima venivano soddisfatti dal sistema di sicurezza sociale: sottoscrivere piani di investimento privati per avere una pensione, assicurarsi privatamente per potersi curare, indebitarsi per poter studiare in scuole decenti (a quest'ultima cosa non siamo ancora arrivati, ma la strada è tracciata). Naturalmente, è nell'interesse della finanza privata, e dei suoi agenti, abolire qualsiasi meccanismo di socializzazione del circuito del risparmio. Previdenza, sanità, assistenza, istruzione pubbliche sono uno di questi meccanismi, ma lo è anche il debito pubblico: sia indirettamente, perché finanzia lo Stato sociale, sia direttamente, perché costituisce una forma di investimento finanziario alternativo (e sicuro, perché garantito dallo Stato) rispetto agli investimenti privati (intrinsecamente pù rischiosi).

Quindi per la grande finanza privata e per i suoi agenti politici l'investimento in titoli del debito pubblico va soffocato sul nascere, eliminando questi titoli e quindi la possibilità di servirsene per trasportare valore nel tempo in modo sicuro (e questa è oggettivamente la linea di Emiliano, che lui lo sappia o meno), o almeno scoraggiato, rendendo rischiosi anche i titoli pubblici. Quest'ultima linea è impersonata da personaggi un po' più rilevanti di quelli che qui in Italia, con una forzatura giornalistica tanto roboante quanto subalterna (ai telefilm USA), chiamiamo "governatori" (quando le nostre leggi li chiamano presidenti delle regioni): mi riferisco al Consiglio degli esperti della signora Merkel.

La proposta di applicare un coefficiente di rischio ai titoli di Stato nei bilanci bancari, fatta dal Consiglio nel suo rapporto 2015/2016, va proprio in questa direzione, e naturalmente il bravo politico piddino, tutto rigore (di bilancio) e distintivo, cosa ci direbbe? Che è una proposta sensata, come il caso greco e quello argentino dimostrano!

Al bravo politico piddino sfugge però un dettaglio. Come ormai ripetono da anni perfino gli economisti di regime (guardandosi però bene dal trarne le ovvie conclusioni), il debito argentino e quello greco avevano una caratteristica in comune: erano definiti in una valuta non controllata dallo stato emettitore dei titoli (il dollaro per l'Argentina e l'euro per la Grecia). Di converso, la Bce oggi ammette senza difficoltà quello che qui tutti sappiamo, ovvero che uno Stato è infinitamente liquido nella valuta che emette (e quindi non soggetto a rischio di fallimento sui propri titoli in essa definiti). Insomma, se i titoli dei paesi europei hanno un rischio da titoli di paesi "emergenti" o "in via di sviluppo", non è per una fatalità, ma per una scelta politica: quella di mettere la periferia dell'Eurozona sotto il ricatto di una banca egemonizzata dal nucleo dell'Eurozona. Logica vorrebbe che anziché inventare meccanismi asimmetrici per gestire questo rischio del tutto non necessario, nell'impossibilità politica di gestirlo in modo simmetrico (chiedendo alla Germania di condividerlo), se ne rimuovesse la causa. Ma questo lo vuole solo la logica. La politica, o meglio the dominant social force behind the authority (per usare le parole di quel Keynes che Emiliano forse farebbe veramente meglio a non nominare), invece, vuole esattamente il contrario: vuole che l'investimento in titoli pubblici diventi rischioso, e lo vuole per diversi motivi. Qui, nel pollaio europeo, perché questo (insieme alle nuove regole sulle sofferenze) le consente di sferrare un attacco ai paesi periferici. A livello globale, anche tramite le regole IFRS9 di cui Charlie Brown tanto ci ha parlato (in particolare, spiegandoci in anticipo il fallimento del QE), perché questo comunque sposta dal circuito pubblico a quello privato ingenti masse di liquidità.

La scomparsa (dei titoli) del debito pubblico, che Emiliano auspica (ripeto: forse senza nemmeno rendersene conto, quasi modo genitus infans...) ha anche un'altra implicazione, un minimo più tecnica: un mondo senza titoli di debito pubblico è anche un mondo nel quale diventa molto difficile fare politica monetaria. Qual è il problema delle politiche "non convenzionali", tipo QE? Lo "shortage of eligible assets", del quale il Financial Times ci parlava lo scorso agosto, e io vi parlavo cinque anni fa (cioè tre anni prima che il QE cominciasse). Le banche centrali regolano la massa monetaria, fra l'altro, acquistando e vendendo titoli, e naturalmente, soprattutto quando si tratta di acquistare (per immettere liquidità nel sistema), preferirebbero non caricarsi di spazzatura. Cosa ardua se i titoli di Stato non ci sono, o se si opera in un sistema, come quello dell'euro, che li fa diventare, o comunque vuole considerarli (per fini tattici), spazzatura!

Ma qui si eccede veramente l'ambito delle competenze del dr. Emiliano e sarebbe ingiusto chiedergli di seguirci in questo ragionamento, come sarebbe inutile chiedergli di riflettere sul messaggio profondo di Keynes: la proposta (utopistica, siamo d'accordo) di un modello di capitalismo in cui la possibilità di trasportare valore dal presente al futuro, per sovvenire ai molteplici rischi cui l'esistenza ci espone, non venga devoluta interamente alla finanza privata, soggetta a tutti i rischi di fallimento del mercato che conosciamo e che abbiamo visto materializzarsi durante la crisi, ma sia in parte confidata alla finanza pubblica, che, essendo controllata dal potere politico, offre una garanzia, per quanto teorica, di perseguire fini sociali.

Questo è il mondo che Emiliano rifiuta, ed è bene che, se non lui, se ne rendano conto almeno i suoi elettori.

Il dato interessante, a voler proprio essere scrupolosi, è che in questo mondo i politici (e quindi anche Emiliano), gestendo in modo più o meno diretto una parte più o meno rilevante del circuito del risparmio, avrebbero, in linea di principio, più potere che nell'incubo liberista di uno stato minimale con zero debito. Ma, stranamente, Emiliano questo maggior potere lo rifiuta. La domanda sorge allora spontanea: questo rifiuto è espressione di irrazionalità (che porterebbe Emiliano ad auspicare un mondo in cui egli stesso avrebbe meno potere), o è una riproposizione (su scala diversa) del paradosso del vincolo esterno? Ricordate? Per anni ci è stato detto, e ancora lo si ripete, che l'Italia aveva bisogno di regole esterne per moralizzare la propria classe politica: ma chi ce lo diceva era proprio quella classe politica per la quale queste regole esterne sarebbero state una ovvia diminutio dei propri poteri. Abbiamo poi appreso, qui, studiando, che in realtà questa apparente diminutio rafforzava le classi politiche periferiche nella loro lotta contro i lavoratori, perché consentiva loro di perpetrare politiche classiste (ultima arrivata, il jobs act), ostili agli interessi del lavoro e quindi in definitiva dell'impresa, sotto l'usbergo del "ce lo chiede l'Europa"! Non sapremo mai se nel sacro orrore del dr. Emiliano verso Keynes e la socializzazione del risparmio siano all'opera dinamiche simili, ma questo poco importa, perché riguarda lui e il suo foro interiore. Gli uomini si giudicano dai risultati, perché ce lo suggerisce il Vangelo e perché le intenzioni non sono misurabili. E i risultati, per ora, sono questi.


(...capita che quando ciò che è pubblico ti fa orrore, comme par hasard ciò che è privato prosperi. Ma questa, va da sé, è solo una correlazione, certo non un nesso causale...)

venerdì 10 novembre 2017

My unfair lady Nouy

(...sono piuttosto oberato per via del direttivo INFER, che si svolgerà domani nella nostra bella sede, della quale vi devo parlare. La bamba oggi ve la dà Charlie Brown, che ha scritto per voi quelle che lui definisce banalità. Saranno anche tali per lui e per noi, ma finché non lo saranno anche per i nostri gazzettieri non saremo un paese libero...)





La recente "battaglia" di Tajani in sede di europarlamento contro "l'addendum" di M.me Nouy ha del tragicomico:

1) i parametri prudenziali sono parte integrante della funzione di vigilanza. Inutile andare a cercare commi di qui e paragrafi di là nelle "leggi" istitutive. La banca propone, la Vigilanza dispone. È così in tutto il mondo ed è così anche per la BCE;

2) se si accetta l'autorità di quel grande direttorio politico "di fatto" che è l'Eurogruppo non si può contestare un direttorio tecnico come la vigilanza della BCE.

Ma ancora una volta è l'aspetto strutturale di questo conflitto che forse interessa di più.

L'iniziativa di Tajani ha un movente politico, non tecnico: le banche italiane non reggeranno un ulteriore giro di vite regolamentare sui propri bilanci. MPS ha dimostrato che gli aiuti pubblici sono estremamente difficili da erogare in un'Italia ingabbiata dalle "regole" de Leuropa. Con una nuova stretta sugli NPL le banche italiane per ricapitalizzarsi dovranno essere cedute a fondi esteri od a banche estere. (Per i dettagli vedere alla voce: "Unicredit".) Le tossicissime banche tedesche invece dormono (per ora) sonni tranquilli grazie alle "regole" di vigilanza asimmetriche ben evidenziate dal dott. Giacché. Le "leggi" per le quali si arrabatta Tajani si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici. È la politica legislativa, baby.

E allora?

E allora abbiamo l'ennesima riprova che i "mercati liberi"- dove si rappresenta il "fair value" delle transazioni e degli asset - sono liberi solo all'interno di "regole" determinate non da leggi astratte ma dai rapporti di forza.

Alberto esorta sino allo sfinimento di prenderne atto della necessità di abbandonare in modo ragionato quel cambio fisso insostenibile chiamato "Euro" onde riequilibrare i rapporti di forza commerciali e politici in Europa. Ma nemmeno l'interminabile crisi finanziaria cui l'Italia è soggetta sembra bastare per aprire gli occhi alle nostre smidollate e svendute élite.


(...amen!...)