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lunedì 25 settembre 2017

QED 84: AfD (quei nazisty dei povery...)

...e poco più di 24 ore dopo (scusatemi, avevo da fare) arriva puntuale come la Morte il QED. I dati sulla distribuzione dei voti per Land sono disponibili qui (ringrazio @Stat_wald) e incrociandoli con i dati sul reddito pro-capite (in logaritmi) si ottiene questa cosa qui:


cioè questa cosa qui:

Il reddito pro capite (misurato in euro per persona e convertito in logaritmi) spiega il 44.8% della variabilità del voto per AfD, con una t di Student di -3.37, significativa all'1% (ovvero: la probabilità che questa relazione sia nulla, sia un artefatto statistico, uno scherzo del caso, è inferiore all'1%).

Eppure, sui giornali, è tutto uno stupirsi, uno stracciarsi le vesti sull'avanzata dei nazisti razzisti xenofobi!

A parte il fatto che il risultato era scontato (almeno, per noi lo era), vorrei evidenziare che perfino Fassina è costretto ad ammettere che la xenofobia (che non è il razzismo: ad esempio, a me fanno paura i tedeschi, e più sono ariani più me ne fanno) con quanto è successo c'entra ben poco, perché AfD ha avuto più voti dove l'immigrazione è stata più bassa.

Sta succedendo semplicemente quanto ho annunciato, in modo secondo me molto limpido, ma senza che nessuno lo capisse veramente (forse c'era bisogno del disegnino) nel 2011, scrivendo sul manifesto: le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Come diceva molto saggiamente Celso: avete fatto le politiche di Bruning (in Italia le ha fatte anche Fassina, per un po'), e poi vi stupite se la gente vota a destra?

I nostri gazzettieri dovrebbero fare molta attenzione nel parlare a sproposito di nazismo. Demonizzare l'avversario è una tattica molto stupida, perché espone a un ovvio contraccolpo: c'è il caso che le persone si chiedano se il nazismo (quello vero) è tanto peggiore del PD! Ma soprattutto la demonizzazione chiude spazi politici (la Merkel è costretta a un'alleanza traballante con i Verdi anziché a una più solida con AfD perché ha condotto una simpatica caccia alle streghe contro i suoi esponenti), e chiude percorsi di comprensione.

Ad esempio, il gazzettiere medio, o chi quotidianamente si abbevera al suo sterco, avrà fatto spallucce, dicendo: "Ma questo Bagnai, che scemenze dice! La Merkel ama gli immigrati, non è rasssisstaaah come AfD..." (infatti, s'è visto: vedi alla voce "nuove priorità"...). Sfugge totalmente che l'AfD, come la CDU, è un partito liberal-liberisteggiante. E su questo ci sarebbero tanti discorsi da fare, ma ora devo lasciarvi. Vi ricordo solo che nel Tramonto dell'euro era spiegato molto bene che le meravigliose "riforme" tedesche avrebbero fatto tanti danni, perché avevano causato tanta povertà in Germania (che il governo nascondeva sotto il tappeto).

E anche su questo oggi i gazzettieri ci cadono dal pero...

Ma siamo proprio sicuri di doverli mantenere con le nostre imposte? Tanto, per sapere quello che succede nel 2017, a voi basta leggere p. 228 di un libro pubblicato nel 2012:








domenica 24 settembre 2017

Chi voterà i nazisti?

Intanto, per diversamente europei, un ripassino de #lebbasi. La cartina politica della Germania la trovate qui, e quali fra gli stati federati appartenessero all'ex RDT potete vederlo qui, laddove vi dimenticaste che l'est è a destra (mai come in questo caso, temo). Viste #lebbasi, passiamo ai fondamentali, dove ho evidenziato in rosso per voi gli stati federati dell'est.

Disoccupazione

  


Crescita del PIL
(rectius: del valore aggiunto ai prezzi base in termini reali)



Reddito pro capite



Povertà e rischio di esclusione sociale

Dati regionali non disponibili (!).



Che peccato! Purtroppissimo i dati più preziosi per intuire la distribuzione geografica di un eventuale voto "di protesta" non sono disponibili. Sappiamo che non è un caso: come farebbero, altrimenti, i gazzettieri cialtroni delle colonie ad alimentare il mito di una Germania invincibile? Ma noi sappiamo che così non è, che la Germania è pervasa da pericolose tensioni sociali e razziali, e voi lo sapete quasi tutti da quando lo avete letto ne Il tramonto dell'euro. Capisco che il governo tedesco voglia nasconderlo, ma non fa niente. I dati di cui disponiamo bastano per farci un'idea. Domani potremo vedere se questa idea sia giusta o sbagliata, lavorando come abbiamo fatto qui.

Buon divertimento!

sabato 23 settembre 2017

Simmetrie

Chi è qui da un po' se lo ricorda: ho passato i primi sei anni di questa battaglia a sentirmi dire che sì, l'euro non funziona, ma bisogna stare attenti a come se ne esce, perché se non si esce abbastanza da sinistra si rischia di sgretolare quel presidio delle classi subalterne che è il salario reale: ce lo insegnava l'esperienza degli anni '90, nel corso dei quali la quota salari era diminuita a seguito di una svalutazione. A nulla serviva far notare che tutto quanto veniva etichettato come "uscita da sinistra" era già ampiamente presente nel mio testo del 2012, e a nulla servì scrivere nel 2014 un altro testo, rovinandomi la salute (sono tornato sotto gli 80 chili solo pochi giorni fa, e intendo restarci), nel tentativo di chiarire le già perspicue pagine del Tramonto dell'euro. Vano fu documentare come la svalutazione nominale di norma non erodesse il salario reale, e rimarcare che la preoccupazione sulla fetta (il monte salari) di una torta in caduta libera (il Pil nominale) era sì commendevole, ma un tantinello troppo accademica date le circostanze.

Finì molto male: la sinistra si ritrovò senza economisti, come ora è (non si possono definire economisti i simpatici colleghi pre-keynesiani della sinistra di "governo", né gli scappati di casa che usualmente adornano i consessi della sinistra "di lotta"), perché né quelli che ce lo avevano più a sinistra, né quelli che ce lo avevano dove normalmente si trova, ritennero, dopo anni di guerriglia fratricida (promossa da quelli che si ritenevano migliori), di aver trovato una sponda minimamente attendibile in quella parte politica, e, d'altro canto, suppongo che anche quei politici, se avessero voluto capirci qualcosa, difficilmente avrebbero potuto farlo nella selva di argomentazioni capziose strumentalmente sollevate per preservare la propria market share dagli incumbent che si sentivano minacciati.

P.Q.M.

vi rappresento qui formalmente la mia decisione di non passare simmetricamente i prossimi sei anni di questa battaglia a sentirmi dire che sì, l'euro, anzi, l'Europa non funzionano, ma bisogna stare attenti a come se ne esce, perché se non si esce abbastanza da destra si rischia di sgretolare quel presidio delle classi subalterne che è la sovranità nazionale, atteso che le rivendicazioni localistiche sono un elemento corrosivo dell'identità nazionale, e dissolvere queste identità è funzionale al progetto imperiale europeo. Non dico che in questo argomento non ci sia del giusto: anzi! Basta vedere come Leuropa utilizza strumentalmente le pulsioni separatiste per creare problemi al nemico di turno (qui l'ottima sintesi di Flavio). Del resto, c'era del giusto anche nell'osservazione che la quota salari negli anni '90 era calata (ma non nei motivi addotti per spiegarlo...). Semplicemente, questo gioco non mi interessa. Non so se la vita sia fatta di priorità, ma la politica, se vuole essere tale, senz'altro deve esserlo, e in questo momento le mie priorità, che vi prego di rispettare come io rispetto le vostre, sono altre.

Al suicidio della sinistra ho dovuto assistere. Nonostante loro mi rinnegassero, quella era casa mia, e l'amaro calice non potevo non berlo fino in fondo. Se anche la destra si vuole suicidare, prego si accomodi, ma nella stanza accanto, perché io qui sto studiando e non voglio essere disturbato.

Già che ci siamo, vi dico anche da subito chi voterò. Voterò, come ho fatto nelle tornate precedenti e come sapete, esattamente quella o quelle persone che Eugenio Scalfari, laddove il Signore nella sua infinita misericordia e imperscrutabile sagacia abbia la bontà di conservarcelo fino a quel momento, ci avrà detto di non votare. Mi affretto a soggiungere che io auspico che il Signore sia misericordioso, e questo non solo per una mia intrinseca mitezza e bontà d'animo, quanto anche per un certo egoismo: la valutazione del dr. Scalfari mi solleverà dal doloroso e imbarazzante compito di scegliere quale votare fra i tanti potenziali perdenti delle prossime elezioni. Sarà lui, la cara immagine paterna, specchio di saggezza ed esempio di lungimiranza, a indicarmi verso dove indirizzare il mio voto. E io, di questo, gli sono già grato.

Quando al resto, ognuno si diverte come vuole, e, soprattutto, come può. Io, ad esempio, prima di friggermi gli occhi col PC e il telefonino, mi divertivo anche così:


Ora faccio un po' più fatica, ma comunque accanto alla scrivania mi sono messo questo:



per ricordarmi che mettere a fuoco da lontano poche note fa molto meglio alla salute che mettere a fuoco da vicino tante cazzate. Me ne sono accorto tardi, ma sapete che io sono un po' lento, e che per compensare, una volta capito, e presa una decisione, sono inesorabile.

C'est là mon moindre défaut...

D'altra parte, non potete chiedere al presidente di a/simmetrie di tollerare una simile simmetria!

O no?

Si apra la discussione, che sarà ampia ed articolata, come tutte le discussioni sul nulla. Ma io sono di sinistra, quindi ci sono abituato...

Macron, Le Pen, e una verità scioccante sull'Eurozona

(...ogni tanto vi do dei compiti da fare, ma poi, siccome devo correggere quelli che sono pagato per correggere, mi dimentico di correggere i vostri. Oggi arriva la correzione. Enjoy!...)


La disastrosa prestazione di Marine Le Pen nel secondo dibattito delle presidenziali ha imposto un cambio di passo al dibattito sull'integrazione europea. Indipendentemente da come lo si consideri (molti lo considerano positivamente), questo autentico suicidio politico ha un che di enigmatico, o forse ci ricorda semplicemente l'importanza del fattore umano. Molti francesi che sarebbero stati disposti a votare anche il diavolo pur di dare un segnale, dopo aver visto la Le Pen farfugliare di doppia moneta, sulla base del precedente (?) dell'ECU che sarebbe stato utilizzato dalle imprese per effettuare i pagamenti (?), hanno reagito come un mio amico di sinistra che ovviamente non posso nominare (apprezzerete il gesto di scrivermi in italiano):


Caro Alberto,

La bionda si è suicidata in diretta alla tv. Da qui, mi viene in mente tre possibilita : (i) Non ha le capacità, (ii) Somiglia al suo padre e non voleva del potere, (iii) E stata creata dal sistema, ne fa parte e serve soltanto per fare paura al francese medio.
Veramente, non c'è nessuno di serio per rappresentarci : ne a destra, ne a sinistra. Domenica andrò a pescare.

La vittoria dell'astensionismo si spiega anche così. Le conseguenze sono ora sotto gli occhi di tutti. Da un lato, con un certo anticipo su quanto avevamo previsto, tutti si stanno accorgendo che Macron non è una soluzione (il che ovviamente non implica sic et simpliciter che Le Pen lo sarebbe stata). Dall'altro, come era facilmente prevedibile, il partito della Le Pen si sta disgregando, il che dovrebbe essere di monito ai leader (o presunti tali) politici nei loro tentativi di mediare fra l'esigenza di restare ancorati ai fondamentali macroeconomici, che inesorabilmente condannano il progetto europeo, e gli umori dell'elettorato, che in questo momento sembrano improntati all'euforia o alla rassegnazione (o almeno così vengono rappresentati dai media ai politici, che, qui come lì, il polso della situazione non ce l'hanno, perché "popolo" per loro non è che un'astrazione...).

La lezione francese è che chi deflette perde: quindi, viene da pensare, meglio perdere con la schiena dritta...

Comunque, visto come vanno le cose, posso riproporvi un paio di slides che avevo preparato nello scorso inverno, così, per divertimento, e poi avevo lasciato lì: servono a illustrare con un semplice disegnino una scioccante verità sul meccanismo con cui l'Eurozona risponde agli shock esterni. Oggi anche Fassina sarebbe in grado di ripetere "se non svaluti la moneta svaluti il lavoro" (e se ha smesso di farlo è solo perché Le Pen ha smesso di farlo; chiaro indice della subalternità del campo "progressista"). Ma fra ripeterlo e capirlo c'è molta strada, e forse vederlo può aiutare a percorrerla più rapidamente. Non credo che Fassina abbia bisogno di aiuto: lui sa sbagliare da solo, soprattutto le proporzioni. Vedo però in giro molte persone che, dopo aver aperto gli occhi qui, ora stanno smarrendo la strada, e forse (dico forse) a loro può essere utile essere richiamati dalla dimensione emotiva della propaganda a quella razionale dei dati di fatto.

Intanto, bisogna capire cosa intendiamo per "shock esterni". In parole povere, per shock esterni noi qui, in Europa, intendiamo recessioni provenienti dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti restano, ad oggi, di gran lunga la prima economia mondiale:


(...questi sono i dati del 2016, misurati come devono esserlo se quello che interessa è valutare la capacità di spesa di un'economia sui mercati globali, piuttosto che il benessere  - ovvero il potere d'acquisto - dei suoi cittadini. Nel primo caso, che è quello che ci interessa, visto che le economie interagiscono tramite il commercio - cioè attraverso quanto i loro cittadini comprano a casa altrui, non a casa propria! - occorre far riferimento ai dati misurati a prezzi correnti e convertiti al tasso di cambio di mercato nella valuta utilizzata per gli scambi internazionali, che è sostanzialmente il dollaro. Così facendo si misura quanto la singola economia può comprare - se cresce - o smette di comprare - se cala - dai suoi partner commerciali. Non sarebbe invece corretto utilizzare in questa valutazione misure del Pil a parità dei poteri di acquisto, che servono a capire quanto i cittadini di un paese possono comprare a casa loro, non sui mercati internazionali. Questo punto regolarmente sfugge nel dibattito, regalandoci quei titoloni insensati delle nostre gazzette, secondo cui la Cina avrebbe superato gli Usa in termini di Pil. Naturalmente siccome con un dollaro Usa compri più riso a Shanghai che a New York, e siccome i cinesi sono un po' più degli americani, se misuri il Pil in "riso acquistabile pro capite" (ovvero, a parità di poteri d'acquisto) e poi moltiplichi per gli abitanti ottieni risultati molto incoraggianti per la Cina! Se però avete avuto l'impressione che in media sia meglio vivere a New York, posso confermarvi che non avete avuto torto. La disuguaglianza c'è ovunque, ma trovarsi dalla parte sbagliata di essa in Cina è molto peggio che trovarcisi negli Usa. Chiusa la parentesi metodologica...)

Non solo: gli Stati Uniti sono molto più interconnessi con noi, in termini di flussi finanziari e di flussi di investimenti in genere, della Cina. I dati per l'Eurozona e per i suoi paesi membri sono qui e questa è una schermata riassuntiva:



Non so se è chiaro: stiamo parlando di investimenti diretti (questi sconosciuti...) ed è assolutamnte evidente che non solo la posizione netta dell'Eurozona verso gli Stati Uniti è fra le tre e le cinque volte quella verso la Cina, ma soprattutto che le rispettive esposizioni lorde sono infinitamente più grandi nel caso degli Usa: a spanna, gli europei investono negli Usa (e gli statunitensi in Europa) circa venti volte più di quanto lo facciano i cinesi (i dati cambiano di trimestre in trimestre, ma gli ordini di grandezza sono questi...).

Capite bene quindi perché personalmente sbuffi con insofferenza quando il cretino di turno cerca di farmi paura con la Cina! L'elefante nella cristalleria globale, o, per dirla con Bersani, la megattera nello sciacquone, non è certo la Cina (che comunque prima o poi del male ce lo farà): sono gli Stati Uniti.

Questa riflessione è utile perché le esperienze storiche degli ultimi decenni ci consentono di osservare cosa accade all'economia europea quando gli Stati Uniti vanno in recessione, confrontando cosa accade in regime di cambi aggiustabili, o in regime di cambi irrevocabilmente (?) fissi (cioè sotto l'euro). Insomma: osservando i dati storici dagli anni '90 ad oggi siamo in grado di vedere come reagisce a uno shock l'Eurozona, e come reagiva il Sistema Monetario Europeo (SME), in cui le parità erano aggiustabili. A gennaio di quest'anno mi ero trovato a fare questo esercizio per la Francia, partendo da un dato di fatto che regolarmente sfugge ai commentatori dilettanti: le due più gravi crisi europee di bilancia dei pagamenti degli ultimi trent'anni (quella del 1992-93 e quella del 2009-10) sono state entrambe precedute da uno shock esterno, cioè da una recessione Usa.

Tutti ricordano che nel 1992 le economie europee erano state messe sotto stress dalla politica tedesca di alti tassi di interesse. I nostri fratelli tedeschi volevano alti tassi per risolvere un loro problema, la riunificazione tedesca, il cui impatto è ben descritto qui. Gli alti tassi, come immaginate, servivano loro per attrarre capitali i capitali necessari all'Anschluss, ma erano molto meno opportuni per le economie europee più indebitate, come la nostra, cui rendevano più onerose le condizioni di finanziamento del debito, e sottraevano (convogliandoli in Germania) i capitali necessari per il rifinanziamento. Il decoupling della Germania dagli Usa si vede bene qui:


Prima del 1989 il tasso sui prestiti (lending rate) tedesco si muoveva più o meno di conserva con quello Usa (si farebbe prima a dire: quello mondiale, dato che oggi come ieri la piazza finanziaria di gran lunga più importante a livello globale resta Wall Street - con buona pace degli imbecilli che "oggi c'è la Ciiiiina!"). Dal 1989 in avanti è evidente una grande divergenza che arriva fino al 1992, per poi ricomporsi quando la Germania, dopo aver costretto i suoi confratelli europei più deboli a svalutare (per rianimare le proprie economie compresse dai tassi di interesse troppo alti), dovette a sua volta ridurre i tassi di interesse (per rianimare la propria economia messa in difficoltà dal tasso di cambio troppo alto).

Questo molti lo ricordano, ma non molti ricordano invece che un pezzo delle tensioni che mandarono in cocci lo SME proveniva dagli Stati Uniti. Lo vedete qui, dove ho riportato la crescita del Pil statunitense (barre azzurre) insieme con la disoccupazione francese (in arancione) e tedesca (in grigio):



Il 1991 fu negli Usa un anno di recessione (come lo sarebbero stati il 2001 e il 2009), il che spiega due cose: perché il tasso di interesse Usa diverge vistosamente verso il basso fra 1991 e 1992 (arriva una recessione, la Fed abbassa i tassi), e perché noi ci trovammo in difficoltà coi conti esteri nonostante stessimo facendo "le riforme strutturali" (che poi sapete che il nesso è un altro: si viene messi in difficoltà per fare le riforme strutturali...).

Certo che il mondo è proprio cambiato! Pensate! Alla fine degli anni '80 ai tedeschi facevano comodo tassi di interesse più alti (mentre ora...), mentre gli Stati Uniti rispondevano a una crisi della propria economia abbassando i tassi (mentre ora...).

Come dite?

Non è cambiato niente?

Sicuramente non è molto: le tensioni hanno origine e segno molto simili, il che, in fondo, serve a ricordarci che la storia ha sempre qualcosa da insegnarci, soprattutto se parliamo di pochi anni fa, non del Pleistocene (con tutto il rispetto per il Pleistocene, si intende). Ma qualcosa, come vedremo, è cambiato.

Ragioniamo allora sui tassi di disoccupazione dei paesi europei.

In seguito allo shock del 1992, vediamo che il tasso di disoccupazione aumenta in Francia e in Germania, di conserva, e di conserva si riduce a partire dal 1997. In seguito allo shock del 2009, invece, il tasso di disoccupazione tedesco e francese divergono: il primo si riduce, e il secondo aumenta.

Perché?

Per capirlo, dobbiamo dare un'occhiata al tasso di cambio reale bilaterale fra Francia e Germania, che possiamo approssimare come rapporto fra i rispettivi tassi di cambio reali effettivi (sul senso di questa misura e su possibili alternative ci siamo confrontati qui, parlando del fallimento di Macron).

La situazione è questa:

L'economia francese rispose alla crisi del 1992 con una rilevante svalutazione in termini reali rispetto a quella tedesca. Il tasso di cambio nominale del franco rispetto all'Ecu, in effetti, non cedette (come molti ricorderanno):


Al contrario, se nel 1991 per acquistare un Ecu ci volevano 6.95 franchi, nel 1993 ce ne volevano solo 6.57, a indicare che il tasso di cambio nominale bilaterale fra franco e Ecu si era rafforzato (il franco valeva di più). Tuttavia, pur avendo entrambe difeso la parità nominale con l'Ecu, Francia e Germania dopo la crisi si trovarono in condizioni molto diverse in termini di competitività misurata dai costi del lavoro relativi, come si vede qui:


Lo RNULC (relative unit labour cost) della Germania con la crisi aumenta del 16% fra 1991 e 1994 (passando da 99.67 a 115.28), mentre quello della Francia resta stabile attorno a 109 (sono numeri indici a base 2005=100). In effetti, la svalutazione dei PIIGS dell'epoca (Inghilterra e Italia) aveva reso i loro beni molto più convenienti, e questo aveva messo fuori mercato più della Francia la Germania (che competeva con i PIIGS in particolare nel settore della meccanica, come abbiamo recentemente ricordato).

Quella che si vede in giallo nel grafico precedente quindi, più che una svalutazione in termini reali della Francia, è una rivalutazione in termini reali della Germania, determinata dal movimento complessivo delle valute dello Sme, pur in assenza di un riallineamento francese. Insomma: si torna alla solita storia che lo scopo dell'euro non è impedire all'Italia di svalutare, ma alla Germania di rivalutare, e questo non solo e non tanto rispetto all'Italia, ma in generale (perché se l'Italia svaluta, una vettura italiana non diventa più conveniente solo per un tedesco, ma anche per un francese)!

Dopo il 2009, invece, il tasso di cambio reale resta stabile fra Francia e Germania, e le conseguenze si vedono se si combinano le informazioni dei grafici precedenti in modo da mostrare lo scarto fra i tassi di disoccupazione e di cambio reale:


Nel 1992, in seguito allo shock, la Francia aumentò la propria competitività relativa rispetto alla Germania (perché la Germania peggiorò la propria competitività rispetto alla Francia), il che le consentì di ridurre (se pure lievemente) lo scarto fra la propria disoccupazione e quella tedesca. Nel 2009 la Francia peggiorò lievemente la propria competitività rispetto alla Germania, il che mandò da meno di due a più di cinque punti lo scarto fra disoccupazione francese e tedesca. Nel primo caso possiamo dire che la svalutazione del cambio nominale dei paesi periferici, data la struttura del commercio intra-zona, evitò alla Francia di svalutare troppo il lavoro. Nel secondo caso, viceversa, l'implosione dei paesi periferici sta per costringere la Francia a una svalutazione massiccia del lavoro (svalutazione interna, taglio dei salari), nella speranza di tenere sotto controllo la disoccupazione, rianimando l'economia con la domanda estera (esportazioni).

Questo grafico esprime quindi una verità perfettamente nota sul funzionamento dell'Eurozona, che però deve essere ritenuta molto scioccante, tant'è che i media ve la nascondono: se l'aggiustamento non può avvenire sul cambio (al ribasso), avviene sulla disoccupazione (al rialzo). Certo, dire: "La moneta unica metterà a rischio il tuo posto di lavoro!", se pure più onesto intellettualmente, non sarebbe stato altrettanto efficace politicamente. La disoccupazione ai ricchi non dispiace: gli serve a mantenere la propria supremazia, come ormai avrete capito. L'euro a questo serviva, e per questo lo volevano. Il lungo periodo è sempre un problema altrui (finché non arriva)!

Qualcuno dirà: "Ma se proprio quest'anno la disoccupazione francese è prevista a una cifra, per la prima volta dal 2013?"

Certo! Infatti tutti sono convinti che la crisi sia finita, che gli "antieuro" (?) siano sconfitti, che Macron risolverà la situazione... e questo perché tutti dimenticano un dettaglio: nel Secondo dopoguerra negli Usa si sono verificate 11 recessioni, spaziate di circa 5 anni l'una dall'altra. L'ultima dicono sia finita nel 2009. La prossima non tarderà ad arrivare. Quando l'ultima arrivò, la disoccupazione in Francia era al 7.43%. In cinque anni salì a più del 10% dove restò per quattro anni. Ora è al 9.63%. Chiaro qual è il punto?

Tanto è chiaro, che negli Usa i bravi economisti democratici già mettono le mani avanti, vaticinando una crisi "come quella del 1929", e precisando che in ogni caso, qualsiasi cosa accada, #avràstatoTrump (qui un deludente - per i suoi standard elevatissimi: ma la politica corrompe tutto e tutti - Robert Shiller). Insomma, il mercato Usa sarebbe sopravvalutato per colpa dei populismi, che consisterebbero nel promettere tagli di imposte ai ricchi (che sono il popolo?), e non perché la Fed ha cercato di rianimare l'economia mettendo in circolo quantità siderali di monetà, che son finite ad acquistare attività finanziarie anziché beni reali (prevalentemente perché in fin dei conti sono capitate in mano ai sopracitati ricchi...).

Ma a noi di quale sia la genesi della prossima crisi statunitense in fondo interessa anche poco. Quello che ci interessa è che ci sarà: e in quel momento chi ora ha tassi di disoccupazione sotto le due cifre, li vedrà rinforzarsi, e chi già li ha sopra le due cifre li vedrà esplodere, in un contesto in cui i tassi di interesse non potranno scendere ulteriormente (posto che ciò serva a qualcosa) e in cui il tasso di cambio potrà solo salire (perché se ci sarà una crisi è difficile che gli Stati Uniti rivalutino, mettendo se stessi in difficoltà: molto più probabile che svalutino, mettendo in difficoltà noi)! Quindi, come vedete, non è del tutto esatto dire che la storia si ripete, che le dinamiche in atto sono identiche a quelle già sperimentate. La situazione è molto simile, ma il contesto molto peggiore. Come i migliori economisti avevano previsto e continuano a dire, anni di moneta unica hanno portato deflazione, e questa in re ipsa ha sottratto ulteriori gradi di libertà ai politici europei. In un contesto deflattivo, la politica monetaria è impotente. Se quella fiscale ti viene impedito di farla, ecco che la strada può essere percorsa solo in discesa, che per chi, come noi, nella scala dei redditi è piuttosto in basso, somiglia tanto a una salita.

Quindi, se incontrate uno di quelli che "ne siamo fuori, arrendetevi, la vostra battaglia non ha senso", dategli una carezza, e ditegli che è la carezza di Bagnai. Quella della realtà non arriverà molto dopo. Voi cercate di resistere...

mercoledì 20 settembre 2017

La lavagna

Il post sui libri senza figure ha suscitato un discreto dibattito, di livello, a dire il vero, piuttosto discontinuo. Vi traspare, un po' come nel post precedente, quello sui 20000 voti scomparsi, una certa tensione fra "ggiovani" che rivendicano una loro autonomia di linguaggio (siamo "ggiovani", vogliamo parlare da "ggiovani" e vogliamo che ci si parli da "ggiovani"), e Matusa, lievemente perplessi rispetto all'ipotesi di cambiare un metodo di trasmissione del sapere che negli ultimi secoli non pare abbia ostacolato il progresso dell'umanità.

Poveri "ggiovani"!

Mi fanno un po' tenerezza: evidentemente non afferrano che quella "facilista" è un'ideologia.

Chi si frappone fra te e il logos per agghindarlo di figure colorate non lo fa perché tu capisca quello che vuoi e puoi tu, ma, per definizione, per costruzione, perché tu capisca quello che lui ha capito e vuole farti capire. Come sono tristi, come sono vuoti questi "ggiovani" che pretendono che siano altri a colorare il loro mondo! Poverini, va anche detto che la colpa non è loro: senza saperlo, e naturalmente senza ammetterlo, nemmeno sotto tortura (della quale incarichiamo la Vita), sono manipolati, perché manipolabili. Quello che traspare, nei due post precedenti, è come essi abbiano del tutto fatto propria la filosofia "mercatista" che ha corrotto come una cancrena il sistema dell'istruzione e la stessa percezione di processo educativo, nella quale il discente (per i giovani: vuol dire quello che avrebbe da imparare) percepisce se stesso, al tempo stesso, come soggetto attivo (perché "cliente" che compra un prodotto e brandisce lo scontrino al grido di "pago pretendo!"), e come soggetto passivo (perché il prodotto comprato, che è un sapere, gli deve essere versato nella calotta cranica senza che lui partecipi, senza che lui si sforzi, senza che lui ne sia consapevole: non consapevole di come lo sta assimilando, né di cosa sta assimilando, purché gli garantisca un minimo di sicurezza economica, l'accesso al fantomatico "mondo del lavoro", che è fatto di gente pratica, mica di gente che campa di teorie...). Noi eravamo, invece, al tempo stesso più disposti ad accettare che ci venisse insegnato qualcosa da chi ne sapeva di più, e più disposti a faticare per assimilarlo, per il semplice motivo che si dava per scontato, allora, che l'apprendimento, come la morte, fosse un processo individuale: quando si muore si muore soli, e quando si apprende si uccide un io ignorante, per sostituirlo con un io meno ignorante.

E questa cosa va fatta da soli.

L'uomo è animale poietico: io non credo di aver mai imparato una formula solo guardandola: me la sono poi dovuta ricostruire, magari con la mia notazione, ho dovuto vedere da me cosa succedeva giocando con le variabili: non ho guardato una figurina colorata, per quanto illuminante essa possa essere ex post (esempio). Chi ha fatto le scuole "alte" (quando esistevano) ricorderà che l'educazione greca si basava su musica e ginnastica (e si ricorderà anche perché la musica si chiama musica e la ginnastica ginnastica): due attività dove guardare figurine colorate non ti aiuta. E sempre chi ha fatto le scuole "alte" (quando esistevano) noterà lo strano paradosso che porta i nostri "ggiovani" a inseguire un sapere più "pratico", più "spendibile", attraverso un processo di apprendimento più "teorico": ma per rendersene conto, appunto, bisogna sapere cosa significhi "teoria". Mentre osservano lo spettacolo delle loro belle figurine colorate, i nostri "ggiovani" non si rendono conto del fatto che chi gli propone questa strada li sta sottraendo alla risoluzione del primo dei problemi pratici che qualsiasi sapere e qualsiasi prassi ti presentano: interpretare un testo. Noi, qui, abbiamo imparato da tempo che i paradossi della comunicazione sono la punta dell'iceberg del Potere. Ma loro, i "ggiovani", sono così fiduciosi nella loro capacità di cambiare il mondo, da accettare con remissività di essere privati degli strumenti per farlo.

E quindi il mondo questa volta lo cambieranno i vecchi (motivo per cui mi faccio cinque chilometri di corsa al giorno...).

Vorrei stendere un velo pietoso sul commento di andrea, che si propone come frutto più maturo di questo processo di degenerescenza culturale. I suoi orizzonti culturali non sono molto ampi: l'unico manuale che concepisce è il manuale di istruzioni! Ma apprendere la matematica, o la storia, non è, né deve essere, come montare un mobile dell'IKEA: il mobile, lui, può stare in piedi solo in un modo: ma in storia, e soprattutto in matematica, non c'è mai una strada sola... Non lo dico per lui, che, poverino, accogliamo sotto l'ampio manto della prima legge della termodidattica: del resto, il semplice fatto che prima degradi il concetto di manuale a libretto di istruzioni per superare l'esame, e poi se la prenda con dei fantomatici docenti universitari rei di scrivere libri di sapere "solo per passare l'esame", fa capire che il poverino è molto "ggiovane", tanto essere preda di un lacerante conflitto interiore. Inutile quindi spiegargli, ad esempio, che i testi didattici non contano ai fini della carriera: il suo cieco livore contro i professori fa capire che questi non lo reputano molto brillante, e avranno i loro motivi: gli sono grato di aver portato qui il suo carico di frustrazioni (lo hanno fatto in tanti), ma gli sarei più grato se facesse pace col mondo cominciando da se stesso...

Insomma: l'idea che si possano sostituire i martelletti, o le corde a vuoto, con figure colorate, a un musicista non verrebbe mai in mente. L'idea che tu possa apprendere da una mappa concettuale come risolvere un esercizio di contrappunto, o anche un integrale indefinito, è a dir poco bislacca.

Tuttavia, in questo vuoto di demenza, qualche sprazzo di riflessione utile è venuto, per esempio da Fabrizio, che in realtà non ha aggiunto molto a quanto diceva Stefano (tutti siamo d'accordo che schemi e "mappe" - come oggi si devono chiamare - sono utili se te li fai tu: si sollevava il problema se dovessimo nutrire le giovani menti di prodotti precotti - dal capitale - o insegnar loro a cuocere), ma ha fatto un riferimento che ho trovato interessante al fatto che strumenti antichi e moderni possono convivere.

Certo: possono, altrimenti l'invenzione della stampa a caratteri mobili avrebbe spazzato via la civiltà occidentale!

Mi è venuto da pensare al lavoro che sto facendo in questi giorni a Pescara. Per una serie di motivi, ho proposto ai dottorandi un corso di 16 ore (due crediti) a scelta fra economia dell'integrazione europea o analisi delle serie storiche (che sarebbe questa roba qui). Con mio grande sollievo hanno scelto la seconda (parlare di Leuropa anche sul lavoro mi darebbe l'orticaria), e qui si è posto il primo problema: come fare qualcosa di utile? Che poi significa: io, ho capito quello che voglio spiegare? E quando l'ho capito, come l'ho capito, chi me l'ha fatto capire?

Naturalmente sarebbe sempre stato possibile seguire il cammino di minore resistenza: riciclare le slides del corso che tenevo a Roma. Qualcuna è abbastanza carina, magari ve la farò vedere. Ma purtroppo io non riesco a non complicarmi la vita: teaching is a learning experience. A cosa serve fare un corso, se non ti aiuta a imparare qualcosa? E così ho deciso di seguire una certa strada, portando in parallelo l'analisi nel dominio temporale (quanto il passato di una serie di dati ci informa sul futuro) con quella nel dominio frequenziale (quali frequenze spiegano l'andamento di un certo fenomeno economico, che poi sarebbe questa cosa qui, come il Gila aveva intuito, e se piace, c'è anche il disegnino).

Insomma: so che fa un po' ridere, ma mi è venuto in mente di insistere su come si analizza l'economia (il "segnale" economico, cioè i dati) con gli strumenti... dell'ingengngnieria!

Dopo di che matita, gomma, temperamatite, e un blocco nuovo. Le vecchie tecnologie. E lo scatolone dei libri di quando ero giovine io: lo Spanos, che aveva di colorato solo la copertina, e il Piskunov, che non aveva colorata nemmeno quella, e poi il Mills, lo Harvey, lo Hamilton, lo Enders:


E perché tanti libri? Non ne sarebbe bastato uno solo, dal quale scopiazzare formule su tante belle slides colorate, per far contento il de cujus qui sopra, il "ggiovane" frustrato che trova inutili i libri dei suoi professori?

No, non sarebbe bastato. Perché, ad esempio, per spiegare i modelli AR e MA mi sembrava più espressiva la strada che percorre Mills, imponendo vincoli sui parametri della rappresentazione di Wold (sarebbero le b di questa formula), ma questa strada, anche se conduce in modo naturale e intuitivo dalla teoria dei processi stocastici (che Spanos spiega in modo più profondo) a quella dei modelli di serie storiche (che Enders spiega in modo più facilista), non è facilmente generalizzabile e presenta un paio di punti critici (riferiti alle condizioni iniziali del processo) che Harvey, e meglio ancora Spanos, aiutano a mettere in evidenza. Viceversa, per ragionare sullo spettro di un processo mi sembrava molto più naturale la strada seguita da Hamilton, che lo introduce sostituendo un'armonica complessa nella funzione generatrice delle autocovarianze, il che permette di ricavare immediatamente e in modo piuttosto snello un'espressione generale della densità spettrale di qualsiasi processo stazionario in covarianza e puramente non deterministico, meglio che con la solita solfa che "lo spettro è la trasformata di Fourier della funzione di autocovarianza" (che non a caso fa tanto ingngngn...). D'altra parte, quando si tratta di far vedere che spettro e autocovarianza contengono le stesse informazioni, Harvey se la cava più rapidamente di Hamilton, via rappresentazione di Cramer.

Chiaro, no? Sono sicuro che sarete d'accordo con me...

Non sono sicuro, invece, che non ci sia bisogno di nuovi libri... e penso anche che forse abbiate capito perché certi "economisti" me li appendo al cambio, e perché quando io dico che il cielo è blu e il prato è verde laggente capischeno... O meglio: credono di capire, perché si capisce una cosa solo quando si è in grado di trasmetterla (e le ripetute frustrazioni di alcuni di voi nel trasmettere il vostro sapere al piddino di turno potrebbero, in certi casi, avere un motivo che non vi piacerebbe conoscere...).

Così, mentre cercavo, per un mio scrupolo, la dimostrazione della formula di De Moivre sull'elevazione a potenza dei numeri complessi (della quale in verità potevo fare a meno rappresentandoli in forma esponenziale...), mi sono imbattuto in una nota che avevo segnato a matita sul Piskunov a occhio e croce trent'anni fa:


"Dove si trovano queste formule trigonometriche?" Mi sa che ero all'estero, lontano dai libri del liceo (e comunque i libri di matematica del classico non li avevo tenuti)... Già! Dove si trovano?

Oggi sul telefono!

E questo, indubbiamente, è un grande vantaggio: nessuno nega che questi nuovi strumenti siano di grande aiuto.

Come pure, volendo mostrare ai giovini (che non sono "ggiovani" da dove salta fuori la forma spettrale tipica di una serie storica, mi è tornato piuttosto comodo usare questo oggettino qui, che ai miei tempi non c'era:


(per inciso: l'oggettino arancione sulla sinistra è quasi - quasi! - una passeggiata aleatoria).

Nonostante i giovini non siano "ggiovani", dopo tre giorni di formule avranno diritto a un'animazione, con tanto di disegnini colorati: nessuno nega che, dopo tre giorni in bianco e nero, un po' di colore possa essere utile.

Ma...

Ma un corso, per chi lo costruisce, se vuole aprire strade a chi lo subisce, dovrà sempre essere un oggetto fatto così:


e chi lo subisce, se vuole apprendere qualcosa da chi glielo impartisce, dovrà disporsi a subirlo così:


e bisognerà anche che accetti che una cosa semplice, come la varianza di un MA(1), gli venga spiegata in modo che pare inutilmente complicato (attraverso la funzione generatrice delle autocovarianze) se poi quel percorso ti offre un panorama su un altro paese che un giorno potresti voler o dover visitare: panorama che ti è precluso, intenzionalmente o meno, da chi ti offre spiegazioni beceramente semplici.

E tutto questo nessuna slide te lo dà, per il semplice motivo che quando scatta la slide, lo studente tappa le orecchie, e si abbandona a un ebefrenico delirio copiativo, ulcerato dall'ansia di perdere un dettaglio di quella formula che gli è apparsa davanti troppo all'improvviso, e che altrettanto all'improvviso potrebbe scomparire, lasciandolo nel dubbio: era psi o phi? La smania della copiatura prevale su qualsiasi possibilità di comprendere. E poi, del resto, perché sforzarsi a comprendere? Quando sarà il momento di insegnare, basterà far scorrere slides, no?

Ecco: se invece tu la formula la scrivi alla lavagna, e lui la costruisce con te, allora capisce com'è fatta, soprattutto se te la detti mentre gliela scrivi: lui entra nel meccanismo, e anche tu, prima di chiudere, o di riaprire, una parentesi, puoi fermarti e indicare il cammino. E puoi farlo anche perché in quel momento è chiaro agli astanti che tu quelle cose ce le hai in testa, non nella memoria del computer, e quindi, oltre alla fantasia di inventare percorsi, e all'accortezza di scegliere quelli sui quali è più difficile che chi è inesperto si schianti, hai anche l'autorevolezza per proporli con un minimo di credibilità.

Non ci sono santi: solo così si può aiutare a capire.

Quanto al capire, ecco, quella, come ho già detto, è una cosa un po' diversa: è l'uccisione del proprio sé borioso e ignorante, e la sua sostituzione con un sé meno borioso e meno ignorante.

Un compito che al nostro amico andrea non è ancora riuscito, ma forse un giorno riuscirà, o anche no: perché dobbiamo sempre ricordarci che non siamo tutti uguali, e che, per fortuna, questo significa che qualcuno è migliore di qualcun altro (non tutti possiamo essere sopra la media).

Poi, da questo, i piddini oggi deducono che il diritto di voto spetti solo a loro. Io, invece, penso che il suffragio universale non sia poi così male, se consideri l'alternativa...





(...oggi uno studente mi ha detto: "Ho fatto tre corsi di serie storiche e nessuno me le ha mai spiegate così!" Che non vuol dire "così bene" o "così male", ma semplicemente: così. Se per salire sul Velino ci sono almeno tre possibilità, perché per salire sull'Hamilton ce ne deve essere una sola? Quelli delle figurine colorate sono semplicemente odiatori e negatori dell'umanità. Sembrano parole grosse, lo so. Lo sembrano. Ma non lo sono. Beati voi...)

martedì 19 settembre 2017

Sacripante!








Forse era ver, ma non però credibile
a chi del senso suo fosse signore...



(...comunque, er partito ora ve lo fate da soli, perché io...)

domenica 17 settembre 2017

La sinistra e l'istruzione

(...fra poche ore ho un concerto a Frascati. Poi proseguo per Pescara, dove, lunedì mattina, inizio un breve corso di quattro ore per quattro giorni sull'analisi delle serie storiche. Penso di partire dalle nozioni elementari sui processi stocastici, e di arrivare, se il Signore mi assiste, allo studio dei filtri lineari nel dominio delle frequenze. Mi sono chiesto se fosse il caso di preparare slides. Mi sono risposto di no. Nel mondo, chi sa fa e chi non sa insegna. All'università, chi sa insegna e chi non sa fa slides. Il flusso ottimale dell'erogazione didattica è quello del gessetto sulla lavagna. Il pennarello già non va bene, è troppo veloce, e troppo colorato. I poveri dottorandi si annoieranno? Fatti loro! Sono il penultimo anello della catena alimentare accademica, e anche se io non sono certo il primo, a loro toccherà subire. Sono proprio curioso di vedere come la prenderanno. Lego questa mia decisione a due fatti recenti. Ieri sera Roberta a cena ricordava l'idea bislacca di diseducare i ragazzi allo studio individuale, commentando che la mossa era politicamente azzardata, perché rendeva evidente la volontà dei nostri governi, da quello dove si distinse Luigi Berlinguer in giù, di distruggere il nostro sistema di istruzione. I nostri politici si lamentano, con lacrime di coccodrillo, del fatto che i nostri giovani migliori sono costretti ad andare all'estero, ecc. A parte che chi li costringe sono loro, i politici, con le loro scelte dissennate - questo blog nacque per denunciarle - il punto è che fra un po' giovani migliori non ce ne saranno più: un anno di istruzione superiore in meno, niente compiti a casa, presidi sceriffo e precariato diffuso, programmi infestati dalla propaganda (Giulia inizia studiando l'identità europea!) e scritti dai pedagoghi diversamente ligi al fisco dell'OCSE (vi pare normale che al linguistico - o anche a ragioneria - si studi analisi matematica? Quella è roba da scientifico, cari...). Questa è una aggressione coordinata e continuativa a un modello che funzionava, perché insegnava a pensare, e perché portava i nostri studiosi in posizioni di eccellenza non solo scientifica ma anche accademica in tutto il mondo. Perché la sinistra vuole distruggere la nostra cultura? Parte della risposta temo sia nel post precedente: per gli stessi motivi per i quali è passata da una giusta, vibrante difesa dell'indipendenza nazionale, a una squallida, gesuitica subalternità a potenze straniere. Essere indipendenti significa in primo luogo pensare con la propria testa: e per poterlo fare, occorre essere avviati all'uso di quello strumento critico che il capitalismo massimamente teme: il libro senza figure. Se solo oggi un pedagogo capisce cosa io abbia inteso, sottolineandovi per anni l'importanza di questo strumento, devo pensare che la maggior parte di voi non lo abbia ancora capito e non lo capirà mai...)




Stefano Longagnani ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La retorica dell'eccellenza":

Prendo spunto dal post su Facebook, dove a proposito di questo post Alberto scrive «oggi niente grafici», per condividere con voi una (tarda e triste) illuminazione.

Oggi su Amazon ho letto un commento di uno studente universitario, tale Rob, che recensiva un testo di storia che ha acquistato, indicatogli come testo di studio dal proprio professore.

E leggendo ho capito. Ho finalmente capito l'insistenza di Alberto sui " libri senza figure".

Lo studente nella sua recensione ha assegnato un giudizio pessimo al testo d'esame soprattutto perché «E' quasi assente un qualsiasi tipo di aiuto mnemonico(riassunti, schemi, linee del tempo, esercizi)e le cartine sono poche e in toni di grigio (!)» (il punto esclamativo tra parentesi e la mancanza di spazi sono nell'originale). E ha ribadito che tale libro «come manuale è decisamente sconsigliabile (opinione condivisa da tutti gli studenti universitari con cui mi è capitato di parlarne)», ma che «il libro non è pensato come manuale, ma per come testo per lettori interessati alla materia» (errori già presenti nella recensione originale).

Capite?!

Non si tratta di un testo idoneo allo studio, dato che è scritto per lettori "interessati"!

Questi poveri ragazzi sono talmente abituati ai libri scolastici odierni, pieni zeppi di premasticati "aiuti mnemonici", che si abituano alla presenza di tali "aiuti". E senza tali "aiuti" fanno fatica ad approcciare un libro "senza figure". Arrivano a considerare tali aggiunte un supporto INDISPENSABILE al "proprio" pensiero, non accorgendosi che di "proprio" nella loro testa rischia di non esserci più nulla.

Non si rendono conto di aver studiato per anni su riassunti, schemi, mappe, ecc. elaborati da altre teste, non dalla propria.

Infatti i riassunti, gli schemi, le mappe concettuali già a disposizione, oltre ad effettuare una selezione del materiale secondo i criteri di chi li crea, inibiscono la capacità di ragionare con la propria testa, proprio perché esternalizzano il pensiero, e quindi dispensano dallo scegliere ciò che è importante ricordare e collegare.

Senza individuare autonomamente i concetti chiave, senza evidenziare da sé le relazioni che li legano e quindi senza produrre in proprio i supporti alla memorizzazione (ed alla comprensione), il pensiero critico semplicemente non c'è.

...

Pev non pavlave delle cavtine in scala di gvigi...! Che ovvove!


Postato da Stefano Longagnani in Goofynomics alle 17 settembre 2017 10:19



(...bravo, Stefano, bravo: meglio tardi che mai...)